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	<title>sustainability &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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	<title>sustainability &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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		<title>Update 1.5°C: Il commit è fallito e il sistema sta crashando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 12:44:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
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		<category><![CDATA[sustainability]]></category>
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					<description><![CDATA[L'obiettivo dell'Accordo di Parigi è ufficialmente andato in kernel panic. L'ultimo report dell'UNEP conferma quello che temevamo: superare la soglia di 1.5°C non è più un rischio, è un bug che stiamo eseguendo in produzione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/10/Update-1.5°C-Il-commit-e-fallito-e-il-sistema-sta-crashando-1792586642.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/10/Update-1.5°C-Il-commit-e-fallito-e-il-sistema-sta-crashando-1792586642.png" alt="Update 1.5°C: Il commit è fallito e il sistema sta crashando" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>C&#8217;è un bug nel sistema che non riusciamo a patchare, e stavolta non si tratta di una vulnerabilità zero-day in una libreria Python o di un leak di credenziali su GitHub.</p>
<p>L&#8217;ultimo Emissions Gap Report dell&#8217;UNEP è uscito ed è la definizione stessa di &#8216;bad news&#8217;. Se pensavate che l&#8217;obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1.5°C fosse ancora un target raggiungibile con un po&#8217; di ottimizzazione del codice, devo deludervi: il deploy è fallito. Superare quella soglia non è più una possibilità statistica, è diventato un evento inevitabile. In termini tecnici, abbiamo superato il limite di memoria e il sistema sta andando in swap pesante, con conseguenze che non possiamo ignorare.</p>
<p>Per chi non mastica la politica internazionale (e onestamente, tra un progetto su Raspberry Pi e una sessione di debugging, è normale), il succo è questo: le promesse fatte durante gli accordi internazionali sono come quelle documentazioni API scritte male: sembrano promettere funzioni incredibili, ma quando provi a implementarle ti trovi davanti a un mare di errori 500. Le emissioni non stanno scendendo con la velocità necessaria; anzi, stiamo continuando a spingere commit di CO2 come se non ci fosse un domani.</p>
<p>Certo, potrete dirmi: «Ma noi siamo in Italia, che ci cambia?». Beh, non molto a livello legislativo immediato, ma tutto il mondo è interconnesso, proprio come una rete mesh. Se il server centrale (il pianeta) va in overheat, non importa quanto sia ben configurato il tuo nodo locale. Le conseguenze climatiche, le migrazioni, le crisi economiche&#8230; sono tutti effetti collaterali di un sistema che non sta rispettando i propri parametri di configurazione.</p>
<p>Il report lancia un alert rosso: serve un taglio drastico e immediato delle emissioni. Non basta &#8216;greenwashing&#8217; o aggiungere un paio di patch superficiali ai vecchi processi industriali. Serve un refactoring totale dell&#8217;intera infrastruttura globale. </p>
<p>Senza offesa per i burocrati che gestiscono questi meeting, ma finché continueremo a trattare la crisi climatica come una semplice task da spostare da &#8216;In Progress&#8217; a &#8216;Done&#8217; senza cambiare l&#8217;architettura di base, continueremo a guardare il termometro salire. È il momento di smettere di ignorare i log di errore e iniziare a scrivere codice nuovo, vero e radicale. Altrimenti, l&#8217;unico &#8216;open source&#8217; che ci rimarrà sarà un mondo dove l&#8217;unica cosa accessibile sarà il calore soffocante.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://unric.org/en/unep-emissions-gap-report-2026-1-5-degree-overshoot/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The 1.5°C goal of the Paris Agreement is no longer viable</a></em></p>
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		<title>UK in modalità risparmio energetico (o siamo noi che stiamo andando in burnout?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 12:43:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[energy]]></category>
		<category><![CDATA[infrastructure]]></category>
		<category><![CDATA[sustainability]]></category>
		<category><![CDATA[technology]]></category>
		<category><![CDATA[UK]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre il resto del mondo spinge sull'acceleratore della produzione elettrica, il Regno Unito sembra aver deciso di switchare su un profilo di risparmio energetico dignitoso quanto un vecchio laptop con la batteria scassata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/10/UK-in-modalita-risparmio-energetico-o-siamo-noi-che-stiamo-andando-in-burnout-1791981829.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/10/UK-in-modalita-risparmio-energetico-o-siamo-noi-che-stiamo-andando-in-burnout-1791981829.png" alt="UK in modalità risparmio energetico (o siamo noi che stiamo andando in burnout?)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Guardate le statistiche globali dell&#8217;ultimo secolo e vedrete una curva che sale verso l&#8217;infinito, quasi come il numero di bug che trovi in una release alpha di un progetto open source poco curato. La produzione di elettricità pro capite nel mondo è cresciuta di oltre il 50% in questo secolo. È l&#8217;era dell&#8217;AI, del mining di crypto, del cloud che mangia energia come un Transformer affamato. Eppure, c&#8217;è un&#8217;eccezione che fa riflettere.</p>
<p>Secondo i dati di Our World in Data, nel Regno Unito la produzione di elettricità per persona è scesa a livelli inferiori rispetto a quelli degli anni &#8217;70. Sì, avete letto bene. Mentre noi cerchiamo disperatamente di far girare modelli LLM locali su hardware che scotta, i britannici sembrano aver premuto il tasto &#8216;Power Off&#8217; su una fetta consistente della loro capacità produttiva. È un trend che ha visto un calo di un terzo rispetto al picco dei primi anni 2000.</p>
<p>Cosa sta succedendo nel Regno Unito? È una scelta di design consapevole o un glitch di sistema del loro apparato industriale? Probabilmente è un mix di dismissioni di vecchie centrali e una transizione verso le rinnovabili che, per quanto figa sulla carta, ha tempi di deployment che farebbero impallidire un progetto di refactoring di un monolite legacy scritto in COBOL.</p>
<p>Ora, restiamo con i piedi per terra: siamo in Italia. Leggere di quello che succede a Londra potrebbe sembrare quanto ignorare gli aggiornamenti di sicurezza su una distro Linux che non usi da tre anni. Tuttavia, il tema è rilevante per noi. Il calo della produzione pro capite solleva interrogativi sulla sostenibilità delle infrastrutture critiche quando si cerca di abbandonare i vecchi standard senza avere un piano di backup solido. Se non gestisci bene la transizione, ti ritrovi con un sistema che va in throttling proprio quando avresti più bisogno di potenza di calcolo.</p>
<p>Non è solo una questione di carbone vs vento; è una questione di resilienza del sistema. Se guardiamo al resto del mondo, il trend è l&#8217;espansione. Se invece il tuo obiettivo è il declino energetico, beh, complimenti, hai trovato un modo originale per fare debugging della società. Speriamo solo che non sia il segnale che il progresso tecnologico stia incontrando un limite fisico che non abbiamo ancora calcolato nel nostro stack.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://ourworldindata.org/data-insights/electricity-generation-per-person-in-the-united-kingdom-has-fallen-by-a-third-from-its-early-2000s-peak" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The United Kingdom generates less electricity per person than in the 1970s</a></em></p>
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		<title>Rebuild the hardware, save the software: perché i castori sono i sysadmin che ci servono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 18:44:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[ecology]]></category>
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					<description><![CDATA[E se vi dicessi che risolvere un disastro ecologico è una questione di smart engineering e non di miracoli? In California stanno usando dighe artificiali per rimediare a un bug ambientale, e i risultati sono impressionanti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/09/Rebuild-the-hardware-save-the-software-perche-i-castori-sono-i-sysadmin-che-ci-servono-1788547460.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/09/Rebuild-the-hardware-save-the-software-perche-i-castori-sono-i-sysadmin-che-ci-servono-1788547460.png" alt="Rebuild the hardware, save the software: perché i castori sono i sysadmin che ci servono" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Esiste un concetto fondamentale nel debugging che spesso dimentichiamo quando guardiamo i grandi problemi del mondo: a volte non devi scrivere una patch complessa, devi solo ripristinare l&#8217;ambiente di runtime originale.</p>
<p>Prendete il caso dei salmoni Coho in California. La situazione era un vero e proprio crash di sistema: i tassi di sopravvivenza dei giovani esemplari erano crollati all&#8217;8%. Praticamente un leak di memoria che svuota l&#8217;intero ecosistema. Il problema? Le dighe dei castori, i veri e propri architetti del paesaggio, erano sparite, lasciando i fiumi in uno stato di instabilità cronica, senza quelle zone umide che fungono da buffer protettivo per la specie.</p>
<p>Invece di lanciare un comunicato stampa pieno di buzzword sulla sostenibilità, un team di esperti ha deciso di procedere con un approccio molto &#8216;maker&#8217;. Hanno costruito delle dighe artificiali per emulare il lavoro dei castori. Non stiamo parlando di tecnologia aliena, ma di un intervento di bio-engineering mirato a ricreare le condizioni hardware necessarie per far girare il software biologico (cioè i salmoni).</p>
<p>E i risultati? Non sono solo discreti, sono letteralmente &#8216;mind blowing&#8217;, come dice Michael Pollock della NOAA. I tassi di sopravvivenza sono schizzati dall&#8217;8% al 60%. Un incremento che farebbe invidia a qualsiasi ottimizzazione di un kernel ben riuscita.</p>
<p>Certo, mentre leggiamo queste notizie dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano e pensiamo «Beh, figo, ma qui in Italia abbiamo altri problemi», il concetto rimane valido. Spesso ci concentriamo sulla gestione delle emergenze (il bug che spacca tutto) invece di curare l&#8217;infrastruttura che impedisce il crash. In Europa, tra l&#8217;altro, si sta facendo il contrario: si stanno smantellando le dighe esistenti per ridare respiro ai fiumi. È un approccio diverso, meno &#8216;hacky&#8217; e più orientato al rollback di configurazioni legacy, ma l&#8217;obiettivo è lo stesso: rimuovere le restrizioni che impediscono al sistema di operare nel suo stato ottimale.</p>
<p>In un mondo dove tutto cerca di venderti un abbonamento cloud per ogni minima funzione, vedere un progetto che punta a ricostruire un ecosistema partendo dalle fondamenta fisiche è una boccata d&#8217;aria fresca. Non serve l&#8217;IA che decide tutto al posto tuo; serve capire come funzionano i processi naturali e dare alla natura gli strumenti giusti per fare il suo deploy. </p>
<p>Insomma, meno hype e più ingegneria applicata. Se funziona per i salmoni, forse potremmo imparare qualcosa anche nel modo in cui gestiamo i nostri server (o le nostre vite).</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://www.discoverwildlife.com/animal-facts/artificial-beaver-dams-california" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Artificial beaver dams saw juvenile coho salmon survival rates go from 8% to 60%</a></em></p>
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		<title>Climatizzazione: il loop infinito tra sudore e surriscaldamento planetario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:43:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mondo scotta e l'aria condizionata sembra l'unica ancora di salvezza, ma c'è un problema di feedback loop che non fa nulla di buono. Possiamo davvero risolvere il problema senza alimentare l'incendio?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/08/Climatizzazione-il-loop-infinito-tra-sudore-e-surriscaldamento-planetario-1785588228.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/08/Climatizzazione-il-loop-infinito-tra-sudore-e-surriscaldamento-planetario-1785588228.png" alt="Climatizzazione: il loop infinito tra sudore e surriscaldamento planetario" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Siamo tutti abituati a quel piccolo brivido di piacere quando, dopo una giornata passata a debuggare codice o a smanettare con un nuovo setup di Home Assistant, entriamo in una stanza con i 18 gradi costanti. È un paradiso, finché non ti rendi conto che quel fresco che stai godendo è pagato con un tributo altissimo al pianeta.</p>
<p>La questione sollevata da Gizmodo è un classico dilemma da scienziato pazzo: l&#8217;aria condizionata è diventata un male necessario, ma il suo stesso funzionamento contribuisce a rendere il mondo ancora più caldo. È il classico loop infinito che vorresti evitare in un ciclo for, ma che qui si manifesta nella realtà fisica. Più fa caldo, più accendiamo i climatizzatori; più i climatizzatore girano, più emettiamo calore e gas serra; più il pianeta scotta, più noi&#8230; beh, avete capito.</p>
<p>Le nuove tecnologie di «passive cooling» (raffrescamento passivo) promettono di salvarci senza dover alimentare un enorme motore termico ogni volta che la temperatura esterna supera i 35 gradi. Parliamo di materiali avanzati, design architettonici intelligenti e soluzioni che sfruttano la fisica invece della forza bruta. Sembra la soluzione perfetta, quasi come passare da un vecchio server rumoroso e inefficiente a un&#8217;architettura ARM ultra-low-power. </p>
<p>Però, restiamo con i piedi per terra. Sebbene la ricerca stia facendo passi avanti, ci sono barriere economiche e tecniche che non sono affatto banali. Non è che domani mattina possiamo smantellare i nostri split e sostituirli con muri che «respirano» magicamente. In Italia, poi, il discorso è ancora più complicato: abbiamo centri storici che sembrano forno a legna e normative sui vincoli architettonici che rendono l&#8217;implementazione di soluzioni innovative un incubo burocratico degno di un dungeon di D&amp;D.</p>
<p>C&#8217;è anche il rischio che la soluzione &#8216;low-tech&#8217; diventi un lusso per pochi, lasciando il resto del mondo a cuocere lentamente. La vera sfida non è solo tecnica, ma sistemica. Trovare un equilibrio tra il comfort termico e la sostenibilità è l&#8217;ultimo grande bug da patchare nel sistema operativo della nostra civiltà. Speriamo solo che la patch non arrivi quando il kernel del pianeta è già andato in kernel panic.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://gizmodo.com/in-a-warming-world-air-conditioning-is-a-necessary-evil-or-is-it-2000793168" target="_blank" rel="noopener noreferrer">In a Warming World, Air Conditioning Is a Necessary Evil. Or Is it?</a></em></p>
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		<title>Elettricità gratis in Australia? Sì, ma non correre a comprare il router</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 12:44:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nuovo piano in Australia promette tre ore di energia gratuita al giorno. Sembra il sogno di ogni maker, ma tra regolamentazioni e gestione della rete, la realtà è un po' meno 'zero cost' di quanto sembri.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/07/Elettricita-gratis-in-Australia-Si-ma-non-correre-a-comprare-il-router-1784033076.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/07/Elettricita-gratis-in-Australia-Si-ma-non-correre-a-comprare-il-router-1784033076.png" alt="Elettricità gratis in Australia? Sì, ma non correre a comprare il router" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Avete mai desiderato avere un cheat code per la bolletta elettrica, tipo quelli che usavamo nei vecchi emulatori per avere infinite vite?</p>
<p>Beh, in Australia sembra che abbiano deciso di provare a patchare il sistema energetico con una mossa che definire &#8216;audace&#8217; è un eufemismo. Dal 1° luglio 2026, i fornitori di energia australiani dovranno offrire tre ore di elettricità gratuita durante le ore diurne tramite l&#8217;iniziativa &#8216;Solar Sharer&#8217;. L&#8217;idea di fondo è piuttosto brillante: sfruttare l&#8217;eccesso di produzione solare quando il sole picchia duro, evitando che la rete vada in sovraccarico e gestendo meglio l&#8217;immissione di energia pulita.</p>
<p>Sulla carta, è una figata atomica. Immaginate di poter far girare le vostre macchine CNC, caricare i droni o far compilare quei progetti pesantissimi sul server senza guardare il contatore. In un mondo che cerca disperatamente di decarbonizzarsi, incentivare l&#8217;uso dell&#8217;energia quando è in abbondanza è una mossa che farebbe impallidire qualsiasi manager di una big tech.</p>
<p>Però, fermiamoci un secondo. Siamo in Italia, e sappiamo bene che quando qualcuno promette &#8216;gratis&#8217;, c&#8217;è quasi sempre un asterisco scritto in minuscolo che occupa metà della pagina. Non è che domani mattina potremo ignorare i costi della rete o le tariffe fisse, perché questa legislazione riguarda solo il mercato australiano. Per noi, qui, la notizia resta una curiosità da nerd che osservano come altri stiano provando a risolvere il problema della gestione della rete elettrica (smart grid, anyone?).</p>
<p>E poi, c&#8217;è il problema del &#8216;cap&#8217;. Il limite di consumo gratuito non è infinito. Se esagerate e cercate di alimentare l&#8217;intera vostra smart home (e magari anche quella del vicino) durante quelle tre ore, il sistema vi taglierà le gambe. È il classico approccio &#8216;sandbox&#8217;: puoi giocare quanto vuoi, ma non uscire dai bordi stabiliti dall&#8217;amministratore di sistema, altrimenti il crash è assicurato.</p>
<p>Inoltre, c&#8217;è quel retrogusto di controllo che non mi convince del tutto. Per far funzionare una cosa del genere, la gestione dei carichi deve essere automatizzata e precisa. Significa che i vostri elettrodomestici dovranno essere &#8216;smart&#8217; e, molto probabilmente, comunicare costantemente con la rete. Un altro modo per rendere i nostri dispositivi parte di un ecosistema che monitora ogni singolo watt che consumiamo. Un po&#8217; come quando un aggiornamento firmware decide che il tuo gadget preferito non è più compatibile con la versione precedente senza chiederti il permesso.</p>
<p>In sintesi: un esperimento sociale e tecnologico interessante da monitorare, ma non fate l&#8217;errore di staccare il contatore in salotto sperando nel miracolo. Per ora, l&#8217;unica energia gratuita che abbiamo è quella che ci dà un bug risolto in una pull request notturna.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://lenergy.com.au/free-daytime-electricity-is-coming-heres-how-it-actually-works/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Australian energy retailers must provide three hours of free daytime electricity</a></em></p>
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		<title>Addio terre rare: Renault ha trovato il glitch nel sistema (e non è una cattiva notizia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 07:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[Automotive]]></category>
		<category><![CDATA[Engineering]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre tutti si scannano per l'approvvigionamento di materiali critici, Renault ha deciso di giocare d'astuzia con motori elettrici senza terre rare. Ecco perché questa mossa potrebbe cambiare le regole del game.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Addio-terre-rare-Renault-ha-trovato-il-glitch-nel-sistema-e-non-e-una-cattiva-notizia-1781334786.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Addio-terre-rare-Renault-ha-trovato-il-glitch-nel-sistema-e-non-e-una-cattiva-notizia-1781334786.png" alt="Addio terre rare: Renault ha trovato il glitch nel sistema (e non è una cattiva notizia)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Tutti amiamo quando la fisica decide di collaborare invece di complicarci la vita con costi di produzione folli e catene di approvvigionamento che sembrano un dungeon di un RPG di livello 99.</p>
<p>Se seguite un minimo le news sul settore automotive, sapete che il grande elefante nella stanza è la dipendenza dalle terre rare. Ne terreste un po&#8217; per costruire un magnete decente, ma il problema non è solo la scarsità, è il caos geopolitico e l&#8217;impatto ambientale di estrarle. È quel classico caso di &#8216;single point of failure&#8217; che fa tremare i polsi a chiunque abbia un minimo di senso strategico. Renault, però, sembra aver trovato un workaround interessante: stanno spingendo su motori elettrici che non ne hanno bisogno.</p>
<p>Non è magia nera e non è un miracolo divino, è ingegneria. L&#8217;idea è quella di usare motori a magneti assenti, puntando su configurazioni che sfruttano altri principi elettromagnetici. Ora, non aspettatevi che il motore sia un piccolo prototipo fatto in garage con un Arduino e due bobine di rame, ma il concept è rivoluzionario per la scalabilità industriale. Se riesci a eliminare un componente critico che costa un occhio della testa e che dipende da un unico fornitore globale, hai appena vinto la partita della supply chain.</p>
<p>Da smanettone, la cosa che mi eccita di più è la democrazia tecnica che questa scelta sottintende. Meno dipendenza da materiali rari significa che la barriera all&#8217;ingresso per innovare la produzione si abbassa. È un po&#8217; come quando passi da una libreria proprietaria e super complessa a qualcosa di più standard e modulare: meno headache, meno costi e più spazio per la creatività.</p>
<p>Certo, resti con il dubbio: quanto è efficiente questo motore rispetto a un classico PMSR (Permanent Magnet Synchronous Motor)? Sappiamo che i motori senza terre rare hanno spesso sfide legate alla densità di coppia o alla gestione termica. Ma se il trade-off è un motore leggermente meno performante ma infinitamente più sostenibile e facile da produrre in massa, allora il deal è decisamente accettabile. </p>
<p>Per noi che amiamo smontare oggetti e capire come far girare le cose con quello che abbiamo sotto mano, vedere un gigante dell&#8217;automotive che smette di inseguire l&#8217;hype dei materiali preziosi per concentrarsi su soluzioni più robuste e indipendenti è una boccata d&#8217;aria fresca. Meno fuffa marketing, più sostanza ingegneristica. Speriamo solo che non usino questa scusa per complicarci il debugging dei sistemi di controllo termico quando andremo a smontare la prossima vettura elettrica!</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://www.renaultgroup.com/en/magazine/energy-and-powertrains/all-about-electric-motors-with-no-rare-earths/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Electric motors with no rare earths</a></em></p>
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		<title>RIP Carbone: il Sole ha appena vinto la sua partita a scacchi contro il fossile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 23:13:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[Future-Tech]]></category>
		<category><![CDATA[Renewable Energy]]></category>
		<category><![CDATA[Solar Power]]></category>
		<category><![CDATA[sustainability]]></category>
		<category><![CDATA[Tech Trends]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre i piani alti cercano di tornare al passato, i dati parlano chiaro: negli USA il solare ha superato il carbone per la prima volta. Un upgrade energetico che non accetta rollback.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/RIP-Carbone-il-Sole-ha-appena-vinto-la-sua-partita-a-scacchi-contro-il-fossile-1781219582.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/RIP-Carbone-il-Sole-ha-appena-vinto-la-sua-partita-a-scacchi-contro-il-fossile-1781219582.png" alt="RIP Carbone: il Sole ha appena vinto la sua partita a scacchi contro il fossile" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Se pensavate che il progresso fosse un processo lineare e senza intoppi, preparatevi a una smentita epocale. </p>
<p>È successo davvero: secondo gli ultimi dati di Ember, della SEIA e di Wood Mackenzie, negli Stati Uniti il solare ha ufficialmente sorpassato il carbone nella produzione di elettricamente. A maggio, il solare si è portato a casa il 12.8% della quota, lasciando il carbone a un misero 12.2%. È un po&#8217; come quando cerchi di far girare un software moderno su un vecchio hardware legacy: puoi anche provare a forzare il sistema con tutti i patch possibili, ma alla fine i nuovi standard prendono il sopravvento.</p>
<p>La cosa divertente (o assurda, a seconda dei punti di vista) è che questo accade mentre la politica federale sta cercando di fare un massiccio &#8216;downgrade&#8217; verso le fonti fossili. È il classico caso di &#8216;system error&#8217; decisionale: da una parte le leggi che spingono sul carbone, dall&#8217;altra la realtà fisica e tecnologica che corre verso il fotovoltaico. E la realtà, come sappiamo bene noi che passiamo le notti a debuggare codice, non si cura dei tuoi commenti nel file di configurazione.</p>
<p>Da smanettone, trovo questa cosa estremamente soddisfacente. Il solare è, in essenza, una tecnologia decentralizzata. Mentre le centrali a carbone sono enormi monoliti centralizzati (pensa a un monolite di codice proprietario, impossibile da modificare e pieno di dipendenze che non controlli), il solare permette una distribuzione più granulare e democratica dell&#8217;energia. </p>
<p>Per chi di noi ama costruire macchine CNC, stampanti 3D o piccoli laboratori di riciclo della plastica, questo è un segnale importante. Più energia pulta e distribuita significa che il costo dell&#8217;elettricità per i piccoli setup &#8216;off-grid&#8217; o semi-autonomi potrebbe diventare ancora più interessante. Immaginate di poter alimentare il vostro prossimo progetto di automazione domestica o il vostro server dedicato al retrocomputing con un setup solare DIY, senza dover chiedere il permesso a una utility che sembra uscita da un film distopico degli anni &#8217;80.</p>
<p>Certo, restano i problemi classici: storage, gestione della rete e la necessità di batterie che non siano solo batterie giganti di litio prodotte da qualche multinazionale con policy di privacy discutibili. Ma la direzione è tracciata. Il carbone sta andando in &#8216;deprecated&#8217; e il solare è il nuovo kernel su cui stiamo iniziando a compilare il futuro. </p>
<p>Speriamo solo che i decisori politici non decidano di fare un &#8216;force push&#8217; su una versione obsoleta del mondo. Noi, intanto, continuiamo a buildare.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2026/jun/11/solar-energy-us-coal" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Solar generates more energy in US than coal for first time</a></em></p>
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		<title>Burning Man: quando il &#8216;Leave No Trace&#8217; smette di essere un mantra e diventa data science</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 19:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[Burning Man]]></category>
		<category><![CDATA[Data Science]]></category>
		<category><![CDATA[Environmental Tech]]></category>
		<category><![CDATA[maker culture]]></category>
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					<description><![CDATA[Basta promesse poetiche sul rispetto della natura. Al Burning Man hanno deciso di usare mappe e monitoraggio reale per combattere il MOOP (Matter Out Of Place). Ecco come il tracking fisico sta salvando il deserto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/Burning-Man-quando-il-Leave-No-Trace-smette-di-essere-un-mantra-e-diventa-data-science-1778181187.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/Burning-Man-quando-il-Leave-No-Trace-smette-di-essere-un-mantra-e-diventa-data-science-1778181187.png" alt="Burning Man: quando il &#039;Leave No Trace&#039; smette di essere un mantra e diventa data science" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Esiste una differenza sottile, ma fondamentale, tra l&#8217;intento etico di un gruppo e l&#8217;effettiva capacità di non lasciare un solo pezzo di plastica nel deserto dopo una festa epica. Molti di noi, abituati a ottimizzare script o a calibrare i parametri di una stampante 3D per evitare i &#8216;ghost print&#8217;, sappiamo bene che senza un sistema di feedback oggettivo, le buone intenzioni sono solo rumore di fondo.</p>
<p>Al Burning Man, il principio del &#8216;Leave No Trace&#8217; non è più solo una bella frase stampata sulle brochure per hipster in cerca di illuminazione. Hanno implementato un sistema di mappatura e monitoraggio serio per tracciare quello che chiamano MOOP, ovvero &#8216;Matter Out Of Place&#8217;. In parole povere: se lasci cadere un tappo di bottiglia o un frammento di glitter, c&#8217;è una mappa che lo segnala, lo misura e lo rende pubblico. </p>
<p>Per chi vive di maker culture, questa è una notizia che fa scattare un piccolo circuito di approvazione. Non è solo &#8216;ecologia&#8217;, è debugging ambientale. Invece di affidarsi al buon senso (che, ammettiamolo, spesso va in crash durante i picchi di carico di un festival), hanno creato un sistema di auditing visivo. Monitorare, mappare e rendere i dati accessibili è l&#8217;unico modo per evitare che l&#8217;evento diventi l&#8217;ennesimo landfill a cielo aperto decorato con installazioni artistiche.</p>
<p>Dal mio punto di osservatorio da smanettone, trovo geniale l&#8217;approccio alla trasparenza. Non c&#8217;è un report fuffato in stile corporate che dice: &#8216;Abbiamo pulito quasi tutto, promesso&#8217;. C&#8217;è una mappatura che ti dice esattamente dove sono i problemi. È un approccio alla risoluzione dei problemi che appartiene alla nostra stessa filosofia: identifica il bug, traccia la latenza, correggi il codice (o, in questo caso, raccogli i detriti).</p>
<p>Cosa significa per noi che amiamo costruire macchine, CNC e progetti hardware? Che l&#8217;integrità di un progetto si misura con i dati che produce, non con le slide che presenta. Se vogliamo costruire un futuro in cui la tecnologia e l&#8217;ambiente coesistano senza che la nostra produzione di scarti diventi un carico insostenibile, dobbiamo imparare a misurare l&#8217;impatto con la stessa precisione con cui misuriamo il voltaggio su un regolatore di tensione.</p>
<p>Speriamo solo che questo sistema di mapping non diventi un modo per i big player dell&#8217;organizzazione di fare &#8216;greenwashing&#8217; tramite dashboard patinate. Ma finché ci sono mappe, dati e una chiara accountability, allora il debug del deserto è ancora in corso. E io sono pronto a guardare i log.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://www.not-ship.com/burning-man-moop/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The map that keeps Burning Man honest</a></em></p>
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		<title>AI e crisi idrica: meno drammi (forse) di quanto dicano i titoli clickbait</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 23:13:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[ai]]></category>
		<category><![CDATA[Efficiency]]></category>
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		<category><![CDATA[tech news]]></category>
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					<description><![CDATA[Si dice che l'intelligenza artificiale stia prosciugando i fiumi del mondo. Ma davvero i server consumano più acqua di una normale doccia? Analizziamo la questione senza farsi incantare dal panic-mongering.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/AI-e-crisi-idrica-meno-drammi-forse-di-quanto-dicano-i-titoli-clickbait-1777677232.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/AI-e-crisi-idrica-meno-drammi-forse-di-quanto-dicano-i-titoli-clickbait-1777677232.png" alt="AI e crisi idrica: meno drammi (forse) di quanto dicano i titoli clickbait" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Quanto idrica è la vostra sessione di training di un modello LLM? Se avete letto qualche titolo allarmista ultimamente, potreste aver iniziato a temere che ogni volta che chiedete a un chatbot di scrivervi uno script in Python, stiate prosciugando un piccolo lago in California.</p>
<p>Ultimamente la narrazione è un po&#8217; ovunque: l&#8217;AI è la nuova minaccia ecologica, una vorace macchina che beve litri d&#8217;acqua per raffreddare i data center. Però, prima di buttare i vostri server domestici in giardino e iniziare a piantare patate, fermiamoci un secondo. Un recente approfondimento di Jay Lund suggerisce che la questione è decisamente più sfumata di quanto la stampa mainstream voglia farci credere. L&#8217;uso dell&#8217;acqua da parte dell&#8217;AI sta diventando oggetto di grandi speranze e, soprattutto, di grandi paure, ma siamo ancora ai primordi di questo processo.</p>
<p>Il punto è che, come ogni tecnologia emergente, l&#8217;hype (e il relativo panico) tende a sgonfiarsi non appena si iniziano a guardare i dati reali e non solo i comunicati stampa carichi di fear-mongering. Certo, non è che i data center siano dei rubinetti aperti h24 senza conseguenze, ma l&#8217;idea che l&#8217;AI stia causando una siccità globale immediata è, per usare un termine tecnico, una grossa cavolata.</p>
<p>Da smanettoni, noi sappiamo bene che l&#8217;efficienza è tutto. Quando progettiamo un pezzo in 3D su Blender o ottimizziamo un nodo di una rete neurale locale, cerchiamo di massimizzare il risultato minimizzando le risorse. Lo stesso principio si applica ai colossi del tech. Il problema non è solo quanta acqua usano, ma come gestiscono l&#8217;infrastruttura. Se domani scoprissimo che i nuovi chip sono il triplo più efficienti nel calcolo per watt, il consumo idrico crollerebbe drasticamente.</p>
<p>Per noi che amiamo costruire macchine CNC o progetti di riciclo plastica, la lezione è chiara: l&#8217;ottimizzazione hardware e software è l&#8217;unica via d&#8217;uscita. Non possiamo permetterci l&#8217;approccio &#8216;brute force&#8217; tipico di certi modelli di business che spingono sull&#8217;acceleratore dell&#8217;AI senza curarsi del debito tecnico ed ecologico. Il vero rischio non è che l&#8217;AI beva troppa acqua, ma che la gestione di queste risorse rimanga in mano a pochi vendor che decidono tutto tramite algoritmi opachi.</p>
<p>Insomma, meno panico per i fiumi, ma più attenzione all&#8217;efficienza. Continuiamo a smanettare, a ottimizzare e a cercare soluzioni che non richiedano un intero bacino idrico per far girare un semplice script di automazione. Perché la vera magia della tecnologia non è consumare tutto ciò che troviamo, ma creare valore con il minimo indispensabile.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://californiawaterblog.com/2026/04/26/ai-water-use-distractions-and-lessons-for-california/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">AI uses less water than the public thinks</a></em></p>
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		<title>Gabbiani Ladri di Panini: La Soluzione è più Stupida di Quanto Pensassi</title>
		<link>https://www.rootclub.it/gabbiani-ladri-di-panini-la-soluzione-e-piu-stupida-di-quanto-pensassi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 08:02:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[gabbiani]]></category>
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		<category><![CDATA[maker]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi l'avrebbe detto che due occhietti di carta potessero salvare il tuo pranzo? Scopriamo insieme la guerra segreta tra umani e gabbiani, con un twist low-tech che farà impazzire i maker.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Gabbiani-Ladri-di-Panini-La-Soluzione-e-piu-Stupida-di-Quanto-Pensassi-1775289767.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Gabbiani-Ladri-di-Panini-La-Soluzione-e-piu-Stupida-di-Quanto-Pensassi-1775289767.png" alt="Gabbiani Ladri di Panini: La Soluzione è più Stupida di Quanto Pensassi" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Sapete quando vi sedete al parco con un bel panino e, all&#8217;improvviso, un gabbiano vi fissa come se foste il buffet libero di un resort a 5 stelle? Beh, ora c&#8217;è una soluzione così semplice che quasi ti senti in colpa per non averci pensato prima: gli occhi di carta.</p>
<p>Sì, avete letto bene. Secondo uno studio recente, attaccare degli occhietti goofy al vostro cibo preferito farebbe scappare i gabbiani a gambe levate. Non sto scherzando: pare che questi uccelli marini abbiano una paura matta di essere osservati. È come se avessero un complesso da reality show e non vogliono essere beccati (letteralmente) a rubare il tuo snack.</p>
<p>Da smanettone, non posso fare a meno di apprezzare l&#8217;approccio low-cost e low-tech di questa soluzione. Niente droni, niente sensori complicati, solo un po&#8217; di carta, colla e un pizzico di creatività. È un po&#8217; come quando risolvi un problema hardware con un pezzo di scotch e una graffetta: semplice, efficace e con un certo charme da hacker.</p>
<p>Ma cosa significa per noi, amanti del fai-da-te? Beh, per iniziare, è un ottimo progetto per chi ha figli o animali domestici: insegnate loro a creare i propri &#8216;occhi spaventagabbiani&#8217; con materiali di riciclo. Potete trasformarlo in un&#8217;attività educativa, spiegando come certi comportamenti animali siano prevedibili e come possiamo sfruttarli a nostro vantaggio. E poi, ammettiamolo, è sempre bello avere un&#8217;arma segreta contro gli uccelli ladri.</p>
<p>Ovviamente, non possiamo ignorare la domanda cruciale: perché i gabbiani hanno paura degli occhi? È una di quelle cose che la scienza ancora non spiega del tutto, ma che ci regala un bel mistero da risolvere. Forse è un istinto primordiale, forse è solo che i gabbiani sono un po&#8217; snob e non vogliono essere visti mentre mangiano in pubblico. In ogni caso, è un bel problema da hackerare.</p>
<p>Quindi, la prossima volta che uscite con il vostro pranzo, ricordatevi di portare un po&#8217; di carta e colla. E se siete veramente smanettoni, perché non creare una versione Arduino degli occhi spaventagabbiani? Potreste aggiungere un sensore di movimento e un display LED per renderli ancora più terrificanti. Insomma, le possibilità sono infinite, e il divertimento è garantito.</p>
<p>E voi, avete mai avuto problemi con i gabbiani? Raccontateci nei commenti le vostre soluzioni più creative!</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://gizmodo.com/this-ridiculously-simple-trick-might-stop-gulls-from-nabbing-your-lunch-2000742276" target="_blank" rel="noopener noreferrer">This Ridiculously Simple Trick Might Stop Gulls From Nabbing Your Lunch</a></em></p>
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