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	<title>startup &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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	<title>startup &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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		<title>Il numerismo dei Labs: una nuova startup dietro l&#8217;angolo o un glitch nella matrice?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 06:44:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[Artificial Intelligence]]></category>
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					<description><![CDATA[Dall'audio al video, fino al 3D: sembra che il mondo delle AI stia seguendo un pattern numerico inquietante. Ecco perché il prossimo grande player potrebbe chiamarsi 'FifteenLabs'.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/08/Il-numerismo-dei-Labs-una-nuova-startup-dietro-langolo-o-un-glitch-nella-matrice-1787467440.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/08/Il-numerismo-dei-Labs-una-nuova-startup-dietro-langolo-o-un-glitch-nella-matrice-1787467440.png" alt="Il numerismo dei Labs: una nuova startup dietro l&#039;angolo o un glitch nella matrice?" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Avete presente quando state giocando a un RPG e notate un pattern troppo regolare nel loot dei nemici? Ecco, la stessa sensazione di &#8216;pattern recognition&#8217; mi sta assaltando mentre guardo l&#8217;ultimo trend del settore AI.</p>
<p>Tutto parte da ElevenLabs, che ormai è il gold standard per la sintesi vocale. Se la ascoltate bene, la sua voce è quasi perfetta, troppo perfetta per non farvi venire un leggero brivido lungo la schiena. Poi, come per magia, spunta TwelveLabs, che si occupa di video AI. È un gioco di parole? Probabilmente. È un trend? Decisamente.</p>
<p>La cosa diventa surreale quando si scava un po&#8217; più a fondo. Ho fatto una piccola ricerca (senza usare l&#8217;AI, per una volta) e sono inciampato in ThirteenLabs, un progetto che lavora sulla generazione di scenari 3D. E non finisce qui. Ho provato a digitare FourteenLabs e&#8230; boom, un&#8217;altra startup AI. </p>
<p>Cosa sta succedendo nel Silicon Valley? Siamo di fronte a una crisi di creatività nei reparti marketing che ha portato i founder a decidere che il nome deve essere una sequenza aritmetica? O è una sorta di segnale subliminale per i venture capitalist, tipo un codice binario per dire «siamo parte dello stesso ecosistema»?</p>
<p>Certo, per noi che preferiamo far girare modelli open source in locale sul nostro server polveroso, tutto questo hype basato sul branding sembra un po&#8217; una distrazione dal vero nocciolo della questione: la tecnologia. Mentre i grandi player si sfidano a chi trova il numero successivo per il proprio logo, la vera sfida è capire quanto di questa potenza sia realmente accessibile e quanto sia invece chiuso in ecosistemi proprietari impenetrabili. </p>
<p>Non è che la prossima settimana vedremo &#8216;TwentyThreeLabs&#8217; che analizza il DNA umano? Se così fosse, l&#8217;unica cosa che potremo fare sarà limitarci a guardare lo schermo, sperando che il prossimo numero della sequenza non sia quello che decide di rendere obsolete le nostre ability di debugging.</p>
<p>In ogni caso, se qualcuno di voi dovesse trovarne uno che si chiama FifteenLabs e si occupa di simulazione di realtà virtuale, fatemelo sapere nei commenti. Se la serie continua così, entro l&#8217;anno avremo un intero database numerico di startup pronte a rivoluzionare (o complicarci) la vita.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://quantumi.sh/public/labs.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ElevenLabs, TwelveLabs, ThirteenLabs</a></em></p>
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		<title>Germania: dove il sogno imprenditoriale incontra l&#8217;incubo della burocrazia (e il tuo portafoglio piange)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 18:44:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa succede se provi ad aprire una startup in Germania? Spendi quasi diecimila euro, aspetti cinque mesi e non riesci ancora a fatturare un singolo centesimo. Un tutorial su come bruciare budget senza produrre codice.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Germania-dove-il-sogno-imprenditoriale-incontra-lincubo-della-burocrazia-e-il-tuo-portafoglio-piange-1782326638.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Germania-dove-il-sogno-imprenditoriale-incontra-lincubo-della-burocrazia-e-il-tuo-portafoglio-piange-1782326638.png" alt="Germania: dove il sogno imprenditoriale incontra l&#039;incubo della burocrazia (e il tuo portafoglio piange)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Avete presente quel momento epico in cui, dopo aver pianificato il deploy perfetto, vi accorgete che il server è offline per un errore di configurazione stupido? Ecco, immaginate che l&#8217;intero sistema operativo di un Paese intero sia in crash, ma invece di un semplice &#8216;404 Not Found&#8217;, l&#8217;errore sia un modulo cartaceo perso in qualche ufficio pubblico.</p>
<p>Recentemente è trapollata una cronaca che farebbe tremare anche il più cinico dei sysadmin. Un developer ha deciso di provare a fondare una società in Germania. Il risultato? Dopo 152 giorni, due società registrate e una spesa folle di 9.600 euro, è ancora nell&#8217;impossibilità di emettere una singola fattura. Sì, avete letto bene. Niente fatture. Niente revenue. Solo una montagna di ricevute per pagare scartoffie che non portano a nulla.</p>
<p>Seguendo la timeline del post originale, sembra che ogni passo verso la legalità abbia richiesto un tributo al dio della burocrazia, con costi che salgono vertiginosamente a ogni interazione con lo Stato. È quel tipo di inefficienza strutturale che trasforma un&#8217;idea brillante in un buco nero per il capitale. È come cercare di compilare un progetto enorme su una macchina con solo 2GB di RAM: finisci per consumare tutto il tempo e le risorse del sistema prima ancora di vedere il binario.</p>
<p>Ora, guardiamoci in faccia: noi che viviamo in Italia non siamo esattamente il paradiso della semplicità amministrativa. Sappiamo cosa significa combattere con la Partita IVA, con l&#8217;Agenzia delle Entrate e con quella sensazione di dover compilare moduli che sembrano scritti in un dialetto dimenticato. Però, c&#8217;è una differenza fondamentale tra il caos creativo (e spesso frustrante) del nostro sistema e questo muro di gomma tedesco che sembra progettato appositamente per soffocare l&#8217;innovazione sotto strati di protocolli obsoleti.</p>
<p>Quello che emerge da questa storia non è solo un problema di &#8216;troppa carta&#8217;. È un problema di design del sistema. Se un ecosistema tecnologico (o in questo caso, economico) non permette ai player di operare, di scambiare valore e di muoversi velocemente, non è un ecosistema, è un archivio morto. Vedere una cifra simile bruciata senza poter nemmeno generare un documento di pagamento è un alert rosso per chiunque creda nel valore dell&#8217;agilità e dell&#8217;automazione.</p>
<p>In un mondo dove sogniamo l&#8217;automazione totale e l&#8217;intelligenza artificiale che scrive codice da sola, è deprimente scoprire che le fondamenta della società reale sono ancora basate su processi che sembrano usciti da un episodio di &#8216;The Office&#8217; scritto male. Se non riusciamo a rendere i processi di base &#8216;user-friendly&#8217; e scalabili, l&#8217;unica cosa che riusciremo a scalare sarà il numero di debiti accumulati durante l&#8217;attesa.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://paolino.me/founding-a-company-in-germany/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Founding a company in Germany: €9600, 152 days and I still can&#039;t send an invoice</a></em></p>
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		<title>Il tuo stipendio è finanziato da un crimine? La strana saga di GenieDB</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 12:44:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un ex ingegnere software scopre che la startup che gli ha cambiato la vita era in realtà un bancomat per frodi finanziarie. Una storia tra venture capital, chef personali e l'assurdo mondo delle startup americane.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-tuo-stipendio-e-finanziato-da-un-crimine-La-strana-saga-di-GenieDB-1782132238.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-tuo-stipendio-e-finanziato-da-un-crimine-La-strana-saga-di-GenieDB-1782132238.png" alt="Il tuo stipendio è finanziato da un crimine? La strana saga di GenieDB" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>E se vi dicessi che la vostra intera carriera, il vostro visto e magari persino la vostra famiglia esistessero solo perché un fondo di Venture Capital ha deciso di fare il furbo con le tasse?</p>
<p>Sembra l&#8217;inizio di un episodio di Black Mirror o di un thriller di John Grisham, ma è la realtà (decisamente meno cinematografica) che un ex developer di GenieDB ha scoperto leggendo un atto legale della SEC. Per chi segue il mondo tech, il termine &#8216;startup&#8217; evoca subito immagini di codice pulito, pivot strategici e magari qualche sessione estenuante di debugging. Ma qui siamo su un altro pianeta. GenieDB, una startup UK acquisita da un fondo US chiamato Frost VP, sembra essere stata meno una realtà tecnologica e più un bancomat personale per Stuart Frost.</p>
<p>Il quadro che emerge dalle carte legali è degno di una commedia dark. Non parliamo solo di &#8216;gestione creativa&#8217; dei fondi, ma di una vera e propria operazione di drenaggio. Il fondo Frost VP agiva come un incubatore che gonfiava artificialmente le spese delle proprie aziende in portafoglio attraverso fee esorbitanti. E il bello arriva ora: le accuse includono l&#8217;uso di soldi degli investitori per pagare chef personali, addetti alle pulizie e persino la creazione di agenzie di marketing solo per sponsorizzare visti lavorativi. Praticamente, un piano di &#8216;bootstrapping&#8217; basato sul furto.</p>
<p>Per noi che mastichiamo codice e viviamo di open source, la parte più amara è leggere come la strategia aziendale di GenieDB fosse condannata in partenza. L&#8217;azienda rifiutava attivamente opportunità di revenue (sì, lo stile Silicon Valley, tutto molto &#8216;growth at all costs&#8217;) con l&#8217;unico obiettivo di essere acquisita per la sua tecnologia. Peccato che la tecnologia fosse solo lo schermo fumogeno per far transitare i soldi. Quando i player più grandi sono arrivati con soluzioni open source e betteramente implementate, il castello di carte è crollato.</p>
<p>Che senso ha tutto questo per noi che stiamo in Italia? Beh, non che le leggi della SEC cambino il modo in cui scriviamo Python o gestiamo un cluster Kubernetes, ma il pattern è universale. Quel &#8216;hype&#8217; che vediamo spesso nelle tech news, quando una startup scala senza un modello di business solido e sembra fluttuare nel vuoto, spesso nasconde meccanismi altrettanto tossici. </p>
<p>L&#8217;autore del post originale ci lascia con una riflessione che non è affatto banale: nonostante il caos e la frode, il lavoro che lui e i suoi colleghi facevano aveva un valore reale. Il codice era vero, anche se il fondo che lo pagava era una truffa. Alla fine, restano le competenze e le cicatrici, mentre i grandi capitalisti finiscono davanti a un giudice. Un piccolo conforto, in un mondo dove spesso l&#8217;unico modo per non farsi fregare è controllare bene ogni singola riga di quello che stiamo integrando nel nostro stack.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://david.newgas.net/did-my-old-job-only-exist-because-of-fraud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Did my old job only exist because of fraud?</a></em></p>
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		<title>Spoiler Alert: Guadagnare un miliardo di dollari non è questione di saper scrivere un buon script Python</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 17:13:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho letto l'ultimo saggio di Paul Graham e, spoiler, non contiene il tutorial per buildare una startup da unicornio nel garage sotto casa. Ecco perché l'idea di 'fare i miliardi' è probabilmente l'ennesima distrazione per chi ama davvero programmare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Spoiler-Alert-Guadagnare-un-miliardo-di-dollari-non-e-questione-di-saper-scrivere-un-buon-script-Python-1781457178.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Spoiler-Alert-Guadagnare-un-miliardo-di-dollari-non-e-questione-di-saper-scrivere-un-buon-script-Python-1781457178.png" alt="Spoiler Alert: Guadagnare un miliardo di dollari non è questione di saper scrivere un buon script Python" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Esiste un segreto che nessuno ti dice quando guardi i titoli di apertura di qualche conferenza tech piena di gente in felpa con cappuccio: la ricchezza estrema non ha nulla a che fare con la qualità del tuo codice o con quanto è elegante il tuo modello di machine learning.</p>
<p>Ho passato un po&#8217; di tempo a sviscerare l&#8217;ultimo post di Paul Graham, intitolato &#8216;How to Earn a Billion Dollars&#8217;. Se vi aspettavate una guida passo-passo su come scalare un&#8217;architettura microservizi fino a far esplodere i costi di AWS, siete fuori strada. Graham non parla di ottimizzazione di query o di come gestire i conflitti in Git; parla di quella strana, quasi metafisica, capacità di creare valore su una scala che noi, che siamo troppo impegnati a far girare una CNC fatta in casa o a debuggare un shader in Blender, facciamo fatica a concepire.</p>
<p>Il succo della questione è che per arrivare a cifre simili non serve solo il talento tecnico, ma una sorta di &#8216;visione&#8217; che sconfina nel puro istinto imprenditoriale (e un pizzico di fortuna che nemmeno un drop di loot leggendario in un GDR possa eguagliare). Il concetto è che devi risolvere problemi che sono così enormi che la soluzione stessa crea un ecosistema di valore immenso.</p>
<p>Ora, facciamo un passo indietro e usiamo il nostro approccio da smanettoni. Se io passo la notte a perfezionare un plugin per Godot o a creare una macchina per il riciclo della plastica che funziona con i pezzi recuperati da un vecchio Commodore 64, sto creando valore, certo. Ma sto creando valore &#8216;locale&#8217;, tangibile, artigianale. È la differenza che passa tra l&#8217;inventare un nuovo tipo di vite per stampanti 3D e progettare il nuovo standard globale di produzione automatizzata.</p>
<p>C&#8217;è una parte di me che trova questa riflessione profondamente stimolante, ma anche un po&#8217; frustrante. Perché, siamo onesti: l&#8217;hype verso la &#8216;scalabilità infinita&#8217; e i miliardi di dollari ha reso il mondo tech un posto dove spesso conta più il pitch deck che il prodotto reale. Siamo diventati ossessionati dal &#8216;disruption&#8217; invece che dal &#8216;making&#8217;. </p>
<p>Per noi che amiamo il controllo, il ferro e il bit, il messaggio dovrebbe essere questo: non puntate al miliardo, puntate all&#8217;eccellenza tecnica. Il miliardo è un glitch nel sistema, un output anomalo di un algoritmo sociale complesso. Noi invece preferiamo il piacere di un circuito che chiude perfettamente o di un algoritmo che gira fluido senza mandare in crash il kernel. Alla fine della fiera, un miliardo di dollari non ti permettono di goderti il piacere puro di aver risolto un problema complesso solo perché potevi farlo.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://paulgraham.com/earn.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">How to Earn a Billion Dollars</a></em></p>
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		<title>Incubatori per startup: la nuova moda per allevare disruttori impotenti?</title>
		<link>https://www.rootclub.it/incubatori-per-startup-la-nuova-moda-per-allevare-disruttori-impotenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[hacking]]></category>
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		<category><![CDATA[venture capitalist]]></category>
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					<description><![CDATA[Venture capitalist e incubatori stanno sfornando startup come fossero tartarughe in un allevamento. Ma quanto è utile questa moda? E soprattutto, cosa significa per noi smanettoni?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Incubatori-per-startup-la-nuova-moda-per-allevare-disruttori-impotenti-1775383294.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Incubatori-per-startup-la-nuova-moda-per-allevare-disruttori-impotenti-1775383294.png" alt="Incubatori per startup: la nuova moda per allevare disruttori impotenti?" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>La prossima volta che sentite parlare di &#8220;disruption&#8221; con quell&#8217;aria da rivoluzione industriale, fermatevi un attimo a chiedervi: ma questi qui hanno mai provato a fare un po&#8217; di vero hacking?</p>
<p>Secondo Gizmodo, i venture capitalist stanno tornando a mettere giovani imprenditori in incubatori, come se fosse un&#8217;alternativa divertente a crescere. Ecco, se c&#8217;è una cosa che ho imparato smontando Raspberry Pi alle 3 di notte, è che la vera innovazione non nasce in una stanza con pannelli di vetro e caffè costoso.</p>
<p>La notizia è che i soldi stanno piovendo su startup che promettono di &#8220;cambiare il mondo&#8221; con soluzioni spesso già viste, o peggio, con idee che non hanno mai toccato un circuito stampato. Il problema? Questi &#8220;disruttori&#8221; (sì, odio questa parola quanto voi) sembrano più preoccupati di fare pitch perfetti che di risolvere problemi reali.</p>
<p>Da smanettone, la mia preoccupazione è che questa tendenza stia creando una generazione di &#8220;innovatori&#8221; che non sanno neanche come funziona un breadboard. Dove sono i maker che passano notti in bianco per far funzionare un sensore? Dove sono i veri hacker che risolvono problemi con un po&#8217; di soldering e tanto caffè?</p>
<p>Per noi che amiamo mettere le mani nella roba, il messaggio è chiaro: continuate a costruire, sperimentare e, soprattutto, a non prendere troppo sul serio chi promette la rivoluzione con un PowerPoint. La vera innovazione si fa in garage, non in uffici con vista.</p>
<p>E se qualcuno vi dice che la sua startup &#8220;scala in modo esponenziale&#8221;, chiedetegli gentilmente se sa cos&#8217;è un oscilloscopio. Perché a volte, la tecnologia più avanzata è ancora quella che puoi smontare e capire.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://gizmodo.com/im-worried-about-the-helpless-ai-disruptors-of-the-future-2000742589" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I’m Worried About the Helpless AI Disruptors of the Future</a></em></p>
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		<title>Oxide: 200 milioni di dollari e la promessa di cambiare il computing (senza farsi comprare)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 04:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[hardware]]></category>
		<category><![CDATA[maker]]></category>
		<category><![CDATA[open source]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
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					<description><![CDATA[Oxide ha chiuso un Series C da 200 milioni di dollari. Ma perché così tanti soldi? E soprattutto, cosa significa per noi smanettoni?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Oxide-200-milioni-di-dollari-e-la-promessa-di-cambiare-il-computing-senza-farsi-comprare-1770782575.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Oxide-200-milioni-di-dollari-e-la-promessa-di-cambiare-il-computing-senza-farsi-comprare-1770782575.png" alt="Oxide: 200 milioni di dollari e la promessa di cambiare il computing (senza farsi comprare)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Lo ammetto, quando ho letto la notizia ho fatto un doppio take. Oxide, la startup che promette di rivoluzionare l’infrastruttura di computing, ha appena chiuso un Series C da 200 milioni di dollari. E la cosa più interessante? Non è stata nemmeno una loro scelta attiva, ma una mossa dei loro investor che, vedendo il business decollare, hanno voluto buttare altri soldi nel progetto.</p>
<p>Per chi non lo sapesse, Oxide è quel team di ex-ingegneri di Google e Twitter che ha deciso di costruire server e data center dall’hardware al software, con l’obiettivo di liberarci dal vendor lock-in e dare agli utenti il controllo completo delle loro infrastrutture.</p>
<p>La domanda sorge spontanea: ma perché così tanti soldi se non ne avevano bisogno? Beh, secondo loro, il capitale serve a «de-riskare» il futuro della compagnia, assicurando che non finiscano acquistati da qualche big player (tipo Google, appunto). Insomma, vogliono costruire una compagnia generazionale, non un prodotto da vendere al miglior offerente.</p>
<p>Ora, io sono uno che ama il DIY e il controllo totale sulle proprie macchine, quindi l’idea di un’infrastruttura open e flessibile mi fa venire i lucciconi. Ma resto scettico: quanto è realistico che una startup, anche con 200 milioni in tasca, riesca a competere con i colossi del cloud? E soprattutto, quanto ci metteranno a trasformare questi soldi in prodotti che anche noi maker possiamo usare?</p>
<p>Se da una parte l’indipendenza finanziaria è un punto a favore (nessuno vuole un altro Kubernetes che finisce in mano a Microsoft), dall’altra mi chiedo: quanto di questa operazione è hype e quanto è sostanza? Oxide ha già dimostrato di saper costruire server potenti e ben progettati, ma il vero test sarà vedere se riescono a mantenere la promessa di cambiare il computing senza finire schiacciati dalla concorrenza.</p>
<p>Nel frattempo, noi smanettoni possiamo solo incrociare le dita e sperare che qualche pezzo di questa tecnologia arrivi presto tra le nostre mani. Perché, diciamocelo, un mondo senza vendor lock-in è un mondo un po’ più libero.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://oxide.computer/blog/our-200m-series-c" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Oxide raises $200M Series C</a></em></p>
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		<title>Mutable: quando i papà di systemd e Linux si mettono in proprio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 08:11:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[Linux]]></category>
		<category><![CDATA[open source]]></category>
		<category><![CDATA[sistema operativo]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
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					<description><![CDATA[Lennart Poettering, Christian Brauner e altri big del kernel Linux fondano una nuova startup. Scopriamo cosa bolle in pentola e cosa significa per noi smanettoni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="480" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883.png" alt="{" class="wp-image-10000" style="aspect-ratio:16/9;object-fit:cover" srcset="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883.png 1024w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883-300x141.png 300w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883-768x360.png 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p></p>



<p>Immagina di svegliarti una mattina e scoprire che i papà di systemd, VFS e altri pezzi fondamentali del tuo sistema operativo preferito hanno deciso di mettersi in proprio. Beh, è successo. Lennart Poettering, Christian Brauner e compagni hanno fondato Mutable, e la domanda che ci poniamo è: ma che cavolo hanno in mente?</p>



<p>Mutable, nome che evoca trasformazione e flessibilità, è la nuova creatura di un team che ha passato anni a mettere le mani nel motore di Linux. Tra i fondatori troviamo Lennart Poettering, il papà di systemd (sì, quello che o ami o odi), Christian Brauner, maintainer del VFS subsystem, e Chris Kühl, ex CEO di Kinvolk (acquisita da Microsoft, ma non facciamoci spaventare).nnLa squadra è completata da altri ingegneri che hanno lasciato il segno nel mondo open source. Insomma, gente che sa il fatto suo. Ma cosa vogliono fare? La descrizione sul sito è quanto di più vago si possa immaginare: &#8220;We&#8217;re building the foundation for the next generation of infrastructure.&#8221; Tradotto: &#8220;Stiamo costruendo la base per la prossima generazione di infrastrutture.&#8221; Wow, che specifico!</p>



<p>Per noi smanettoni, la notizia è interessante per diversi motivi. Primo, vedere che gente che ha lavorato su progetti open source decide di fondare una startup è sempre un segnale. Potrebbe significare che stanno cercando di portare innovazione in un settore che ha bisogno di una spinta. Potrebbe anche significare che vogliono monetizzare le loro competenze in un modo diverso. Oppure, chissà, magari hanno semplicemente voglia di fare qualcosa di nuovo.</p>



<p>Il punto è che, con un team del genere, è difficile non essere curiosi. Se poi pensiamo che systemd ha rivoluzionato (per alcuni traumatizzato) il modo in cui gestiamo i servizi su Linux, possiamo immaginare che Mutable abbia in serbo qualcosa di altrettanto rivoluzionario. Ma cosa? Ecco la domanda da un milione di dollari.</p>



<p>Per noi che amiamo mettere le mani in pasta, l&#8217;aspetto più interessante è capire come questa nuova realtà potrebbe influenzare il mondo open source. Se Mutable riuscirà a creare qualcosa di utile e accessibile, potrebbe diventare un altro tassello nella nostra cassetta degli attrezzi. Se invece si chiuderà in un modello proprietario, beh, speriamo almeno che lascino qualcosa di open per noi da smanettare.</p>



<p>Intanto, teniamo d&#8217;occhio il sito (amutable.com) e aspettiamo di vedere se e quando decideranno di svelare i loro piani. Nel frattempo, possiamo solo sperare che non ci facciano un altro systemd. Perché, diciamocelo, systemd è un po&#8217; come il marmellata: o lo ami o lo odi, ma non puoi ignorarlo.</p>



<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://amutable.com/about" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lennart Poettering, Christian Brauner founded a new company</a></em></p>



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		<title>Quando il Venture Capital ti rovina la testa: la confessione di un founder</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 07:08:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[maker culture]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[smanettare]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[venture capital]]></category>
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					<description><![CDATA[Un racconto crudo e ironico su come i soldi facili possono trasformarsi in un incubo psicologico per chi osa avventurarsi nell'imprenditoria tech. Spoiler: non è tutta gloria e unicorni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Quando-il-Venture-Capital-ti-rovina-la-testa-la-confessione-di-un-founder-1768720088.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Quando-il-Venture-Capital-ti-rovina-la-testa-la-confessione-di-un-founder-1768720088.png" alt="Quando il Venture Capital ti rovina la testa: la confessione di un founder" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Dicevi di voler essere il tuo capo, di avere finalmente l’idea della vita, e invece ti ritrovi a fissare lo schermo alle 3 di notte, sudato, con la testa che gira come un hard disk con troppi processi aperti. Benvenuto nel club.</p>
<p>L’articolo di Yakkomajuri su Hacker News è una di quelle confessioni che ti fanno venire voglia di applaudire per solidarietà. Perché sì, anche noi smanettoni con Arduino e Raspberry Pi sognamo di mollare tutto e creare il nostro startup. Ma quando i soldi degli investitori entrano in gioco, le cose si complicano. E non è solo una questione di soldi, ma di pressione psicologica.</p>
<p>Il racconto è semplice: un tipo (chiamiamolo Fondatore) lascia il lavoro sicuro, trova un socio, alza un po’ di venture capital, e poi… si incasina. Non perché l’idea fosse sbagliata, non perché il prodotto non funzionasse, ma perché improvvisamente si sente in dovere di correre, correre, correre per far contenti gli investitori. E la corsa, alla fine, diventa un loop mentale: &#8220;Se non cresco abbastanza in fretta, sono un fallimento&#8221;.</p>
<p>E qui viene il bello. Perché noi, che passiamo il tempo a hackerare roba e a ottimizzare script, sappiamo una cosa: il vero lavoro non è quello che fai, ma come lo fai. E se gli investitori vogliono numeri, allora si finisce per costruire numeri invece che soluzioni.</p>
<p>Il punto cruciale? Gli investitori hanno puntato su di te, non sull’idea. Quindi smettila di preoccuparti di cosa diranno alla prossima call e torna a fare quello che sai fare meglio: smanettare, sperimentare, e migliorare.</p>
<p>Per noi maker, la lezione è ancora più chiara: il venture capital è come quel tool che promette di risolvere tutti i problemi ma poi ti incasina il workflow. Meglio tenersene alla larga e costruire con le proprie mani, senza pressioni esterne.</p>
<p>E se mai ti troverai a fissare il vuoto chiedendoti perché hai scelto questa strada, ricordati: è normale. Ma la prossima volta, prova a chiudere il laptop, fare un caffè, e tornare con la mente sgombra. Gli investitori possono aspettare.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://blog.yakkomajuri.com/blog/raising-money-fucked-me-up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Raising money fucked me up</a></em></p>
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