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	<title>startup &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>Incubatori per startup: la nuova moda per allevare disruttori impotenti?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[hacking]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Venture capitalist e incubatori stanno sfornando startup come fossero tartarughe in un allevamento. Ma quanto è utile questa moda? E soprattutto, cosa significa per noi smanettoni?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Incubatori-per-startup-la-nuova-moda-per-allevare-disruttori-impotenti-1775383294.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Incubatori-per-startup-la-nuova-moda-per-allevare-disruttori-impotenti-1775383294.png" alt="Incubatori per startup: la nuova moda per allevare disruttori impotenti?" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>La prossima volta che sentite parlare di &#8220;disruption&#8221; con quell&#8217;aria da rivoluzione industriale, fermatevi un attimo a chiedervi: ma questi qui hanno mai provato a fare un po&#8217; di vero hacking?</p>
<p>Secondo Gizmodo, i venture capitalist stanno tornando a mettere giovani imprenditori in incubatori, come se fosse un&#8217;alternativa divertente a crescere. Ecco, se c&#8217;è una cosa che ho imparato smontando Raspberry Pi alle 3 di notte, è che la vera innovazione non nasce in una stanza con pannelli di vetro e caffè costoso.</p>
<p>La notizia è che i soldi stanno piovendo su startup che promettono di &#8220;cambiare il mondo&#8221; con soluzioni spesso già viste, o peggio, con idee che non hanno mai toccato un circuito stampato. Il problema? Questi &#8220;disruttori&#8221; (sì, odio questa parola quanto voi) sembrano più preoccupati di fare pitch perfetti che di risolvere problemi reali.</p>
<p>Da smanettone, la mia preoccupazione è che questa tendenza stia creando una generazione di &#8220;innovatori&#8221; che non sanno neanche come funziona un breadboard. Dove sono i maker che passano notti in bianco per far funzionare un sensore? Dove sono i veri hacker che risolvono problemi con un po&#8217; di soldering e tanto caffè?</p>
<p>Per noi che amiamo mettere le mani nella roba, il messaggio è chiaro: continuate a costruire, sperimentare e, soprattutto, a non prendere troppo sul serio chi promette la rivoluzione con un PowerPoint. La vera innovazione si fa in garage, non in uffici con vista.</p>
<p>E se qualcuno vi dice che la sua startup &#8220;scala in modo esponenziale&#8221;, chiedetegli gentilmente se sa cos&#8217;è un oscilloscopio. Perché a volte, la tecnologia più avanzata è ancora quella che puoi smontare e capire.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://gizmodo.com/im-worried-about-the-helpless-ai-disruptors-of-the-future-2000742589" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I’m Worried About the Helpless AI Disruptors of the Future</a></em></p>
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		<title>Oxide: 200 milioni di dollari e la promessa di cambiare il computing (senza farsi comprare)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 04:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[hardware]]></category>
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					<description><![CDATA[Oxide ha chiuso un Series C da 200 milioni di dollari. Ma perché così tanti soldi? E soprattutto, cosa significa per noi smanettoni?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Oxide-200-milioni-di-dollari-e-la-promessa-di-cambiare-il-computing-senza-farsi-comprare-1770782575.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Oxide-200-milioni-di-dollari-e-la-promessa-di-cambiare-il-computing-senza-farsi-comprare-1770782575.png" alt="Oxide: 200 milioni di dollari e la promessa di cambiare il computing (senza farsi comprare)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Lo ammetto, quando ho letto la notizia ho fatto un doppio take. Oxide, la startup che promette di rivoluzionare l’infrastruttura di computing, ha appena chiuso un Series C da 200 milioni di dollari. E la cosa più interessante? Non è stata nemmeno una loro scelta attiva, ma una mossa dei loro investor che, vedendo il business decollare, hanno voluto buttare altri soldi nel progetto.</p>
<p>Per chi non lo sapesse, Oxide è quel team di ex-ingegneri di Google e Twitter che ha deciso di costruire server e data center dall’hardware al software, con l’obiettivo di liberarci dal vendor lock-in e dare agli utenti il controllo completo delle loro infrastrutture.</p>
<p>La domanda sorge spontanea: ma perché così tanti soldi se non ne avevano bisogno? Beh, secondo loro, il capitale serve a «de-riskare» il futuro della compagnia, assicurando che non finiscano acquistati da qualche big player (tipo Google, appunto). Insomma, vogliono costruire una compagnia generazionale, non un prodotto da vendere al miglior offerente.</p>
<p>Ora, io sono uno che ama il DIY e il controllo totale sulle proprie macchine, quindi l’idea di un’infrastruttura open e flessibile mi fa venire i lucciconi. Ma resto scettico: quanto è realistico che una startup, anche con 200 milioni in tasca, riesca a competere con i colossi del cloud? E soprattutto, quanto ci metteranno a trasformare questi soldi in prodotti che anche noi maker possiamo usare?</p>
<p>Se da una parte l’indipendenza finanziaria è un punto a favore (nessuno vuole un altro Kubernetes che finisce in mano a Microsoft), dall’altra mi chiedo: quanto di questa operazione è hype e quanto è sostanza? Oxide ha già dimostrato di saper costruire server potenti e ben progettati, ma il vero test sarà vedere se riescono a mantenere la promessa di cambiare il computing senza finire schiacciati dalla concorrenza.</p>
<p>Nel frattempo, noi smanettoni possiamo solo incrociare le dita e sperare che qualche pezzo di questa tecnologia arrivi presto tra le nostre mani. Perché, diciamocelo, un mondo senza vendor lock-in è un mondo un po’ più libero.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://oxide.computer/blog/our-200m-series-c" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Oxide raises $200M Series C</a></em></p>
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		<title>Mutable: quando i papà di systemd e Linux si mettono in proprio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 08:11:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[Lennart Poettering, Christian Brauner e altri big del kernel Linux fondano una nuova startup. Scopriamo cosa bolle in pentola e cosa significa per noi smanettoni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="480" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883.png" alt="{" class="wp-image-10000" style="aspect-ratio:16/9;object-fit:cover" srcset="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883.png 1024w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883-300x141.png 300w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/1769587883-768x360.png 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p></p>



<p>Immagina di svegliarti una mattina e scoprire che i papà di systemd, VFS e altri pezzi fondamentali del tuo sistema operativo preferito hanno deciso di mettersi in proprio. Beh, è successo. Lennart Poettering, Christian Brauner e compagni hanno fondato Mutable, e la domanda che ci poniamo è: ma che cavolo hanno in mente?</p>



<p>Mutable, nome che evoca trasformazione e flessibilità, è la nuova creatura di un team che ha passato anni a mettere le mani nel motore di Linux. Tra i fondatori troviamo Lennart Poettering, il papà di systemd (sì, quello che o ami o odi), Christian Brauner, maintainer del VFS subsystem, e Chris Kühl, ex CEO di Kinvolk (acquisita da Microsoft, ma non facciamoci spaventare).nnLa squadra è completata da altri ingegneri che hanno lasciato il segno nel mondo open source. Insomma, gente che sa il fatto suo. Ma cosa vogliono fare? La descrizione sul sito è quanto di più vago si possa immaginare: &#8220;We&#8217;re building the foundation for the next generation of infrastructure.&#8221; Tradotto: &#8220;Stiamo costruendo la base per la prossima generazione di infrastrutture.&#8221; Wow, che specifico!</p>



<p>Per noi smanettoni, la notizia è interessante per diversi motivi. Primo, vedere che gente che ha lavorato su progetti open source decide di fondare una startup è sempre un segnale. Potrebbe significare che stanno cercando di portare innovazione in un settore che ha bisogno di una spinta. Potrebbe anche significare che vogliono monetizzare le loro competenze in un modo diverso. Oppure, chissà, magari hanno semplicemente voglia di fare qualcosa di nuovo.</p>



<p>Il punto è che, con un team del genere, è difficile non essere curiosi. Se poi pensiamo che systemd ha rivoluzionato (per alcuni traumatizzato) il modo in cui gestiamo i servizi su Linux, possiamo immaginare che Mutable abbia in serbo qualcosa di altrettanto rivoluzionario. Ma cosa? Ecco la domanda da un milione di dollari.</p>



<p>Per noi che amiamo mettere le mani in pasta, l&#8217;aspetto più interessante è capire come questa nuova realtà potrebbe influenzare il mondo open source. Se Mutable riuscirà a creare qualcosa di utile e accessibile, potrebbe diventare un altro tassello nella nostra cassetta degli attrezzi. Se invece si chiuderà in un modello proprietario, beh, speriamo almeno che lascino qualcosa di open per noi da smanettare.</p>



<p>Intanto, teniamo d&#8217;occhio il sito (amutable.com) e aspettiamo di vedere se e quando decideranno di svelare i loro piani. Nel frattempo, possiamo solo sperare che non ci facciano un altro systemd. Perché, diciamocelo, systemd è un po&#8217; come il marmellata: o lo ami o lo odi, ma non puoi ignorarlo.</p>



<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://amutable.com/about" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lennart Poettering, Christian Brauner founded a new company</a></em></p>



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		<title>Quando il Venture Capital ti rovina la testa: la confessione di un founder</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 07:08:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un racconto crudo e ironico su come i soldi facili possono trasformarsi in un incubo psicologico per chi osa avventurarsi nell'imprenditoria tech. Spoiler: non è tutta gloria e unicorni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Quando-il-Venture-Capital-ti-rovina-la-testa-la-confessione-di-un-founder-1768720088.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Quando-il-Venture-Capital-ti-rovina-la-testa-la-confessione-di-un-founder-1768720088.png" alt="Quando il Venture Capital ti rovina la testa: la confessione di un founder" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Dicevi di voler essere il tuo capo, di avere finalmente l’idea della vita, e invece ti ritrovi a fissare lo schermo alle 3 di notte, sudato, con la testa che gira come un hard disk con troppi processi aperti. Benvenuto nel club.</p>
<p>L’articolo di Yakkomajuri su Hacker News è una di quelle confessioni che ti fanno venire voglia di applaudire per solidarietà. Perché sì, anche noi smanettoni con Arduino e Raspberry Pi sognamo di mollare tutto e creare il nostro startup. Ma quando i soldi degli investitori entrano in gioco, le cose si complicano. E non è solo una questione di soldi, ma di pressione psicologica.</p>
<p>Il racconto è semplice: un tipo (chiamiamolo Fondatore) lascia il lavoro sicuro, trova un socio, alza un po’ di venture capital, e poi… si incasina. Non perché l’idea fosse sbagliata, non perché il prodotto non funzionasse, ma perché improvvisamente si sente in dovere di correre, correre, correre per far contenti gli investitori. E la corsa, alla fine, diventa un loop mentale: &#8220;Se non cresco abbastanza in fretta, sono un fallimento&#8221;.</p>
<p>E qui viene il bello. Perché noi, che passiamo il tempo a hackerare roba e a ottimizzare script, sappiamo una cosa: il vero lavoro non è quello che fai, ma come lo fai. E se gli investitori vogliono numeri, allora si finisce per costruire numeri invece che soluzioni.</p>
<p>Il punto cruciale? Gli investitori hanno puntato su di te, non sull’idea. Quindi smettila di preoccuparti di cosa diranno alla prossima call e torna a fare quello che sai fare meglio: smanettare, sperimentare, e migliorare.</p>
<p>Per noi maker, la lezione è ancora più chiara: il venture capital è come quel tool che promette di risolvere tutti i problemi ma poi ti incasina il workflow. Meglio tenersene alla larga e costruire con le proprie mani, senza pressioni esterne.</p>
<p>E se mai ti troverai a fissare il vuoto chiedendoti perché hai scelto questa strada, ricordati: è normale. Ma la prossima volta, prova a chiudere il laptop, fare un caffè, e tornare con la mente sgombra. Gli investitori possono aspettare.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://blog.yakkomajuri.com/blog/raising-money-fucked-me-up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Raising money fucked me up</a></em></p>
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