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	<title>philosophy &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>Spoiler Alert: Guadagnare un miliardo di dollari non è questione di saper scrivere un buon script Python</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 17:13:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho letto l'ultimo saggio di Paul Graham e, spoiler, non contiene il tutorial per buildare una startup da unicornio nel garage sotto casa. Ecco perché l'idea di 'fare i miliardi' è probabilmente l'ennesima distrazione per chi ama davvero programmare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Spoiler-Alert-Guadagnare-un-miliardo-di-dollari-non-e-questione-di-saper-scrivere-un-buon-script-Python-1781457178.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Spoiler-Alert-Guadagnare-un-miliardo-di-dollari-non-e-questione-di-saper-scrivere-un-buon-script-Python-1781457178.png" alt="Spoiler Alert: Guadagnare un miliardo di dollari non è questione di saper scrivere un buon script Python" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Esiste un segreto che nessuno ti dice quando guardi i titoli di apertura di qualche conferenza tech piena di gente in felpa con cappuccio: la ricchezza estrema non ha nulla a che fare con la qualità del tuo codice o con quanto è elegante il tuo modello di machine learning.</p>
<p>Ho passato un po&#8217; di tempo a sviscerare l&#8217;ultimo post di Paul Graham, intitolato &#8216;How to Earn a Billion Dollars&#8217;. Se vi aspettavate una guida passo-passo su come scalare un&#8217;architettura microservizi fino a far esplodere i costi di AWS, siete fuori strada. Graham non parla di ottimizzazione di query o di come gestire i conflitti in Git; parla di quella strana, quasi metafisica, capacità di creare valore su una scala che noi, che siamo troppo impegnati a far girare una CNC fatta in casa o a debuggare un shader in Blender, facciamo fatica a concepire.</p>
<p>Il succo della questione è che per arrivare a cifre simili non serve solo il talento tecnico, ma una sorta di &#8216;visione&#8217; che sconfina nel puro istinto imprenditoriale (e un pizzico di fortuna che nemmeno un drop di loot leggendario in un GDR possa eguagliare). Il concetto è che devi risolvere problemi che sono così enormi che la soluzione stessa crea un ecosistema di valore immenso.</p>
<p>Ora, facciamo un passo indietro e usiamo il nostro approccio da smanettoni. Se io passo la notte a perfezionare un plugin per Godot o a creare una macchina per il riciclo della plastica che funziona con i pezzi recuperati da un vecchio Commodore 64, sto creando valore, certo. Ma sto creando valore &#8216;locale&#8217;, tangibile, artigianale. È la differenza che passa tra l&#8217;inventare un nuovo tipo di vite per stampanti 3D e progettare il nuovo standard globale di produzione automatizzata.</p>
<p>C&#8217;è una parte di me che trova questa riflessione profondamente stimolante, ma anche un po&#8217; frustrante. Perché, siamo onesti: l&#8217;hype verso la &#8216;scalabilità infinita&#8217; e i miliardi di dollari ha reso il mondo tech un posto dove spesso conta più il pitch deck che il prodotto reale. Siamo diventati ossessionati dal &#8216;disruption&#8217; invece che dal &#8216;making&#8217;. </p>
<p>Per noi che amiamo il controllo, il ferro e il bit, il messaggio dovrebbe essere questo: non puntate al miliardo, puntate all&#8217;eccellenza tecnica. Il miliardo è un glitch nel sistema, un output anomalo di un algoritmo sociale complesso. Noi invece preferiamo il piacere di un circuito che chiude perfettamente o di un algoritmo che gira fluido senza mandare in crash il kernel. Alla fine della fiera, un miliardo di dollari non ti permettono di goderti il piacere puro di aver risolto un problema complesso solo perché potevi farlo.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://paulgraham.com/earn.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">How to Earn a Billion Dollars</a></em></p>
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		<title>Ma il tuo blu è davvero il mio blu? (Spoiler: probabilmente no)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[color science]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Art]]></category>
		<category><![CDATA[percezione]]></category>
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					<description><![CDATA[Un piccolo esperimento web che scava nel caos della percezione cromatica. Perché, tra noi che passiamo le ore a colorare mesh in Blender, la coerenza non è mai una certezza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Ma-il-tuo-blu-e-davvero-il-mio-blu-Spoiler-probabilmente-no-1777360407.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Ma-il-tuo-blu-e-davvero-il-mio-blu-Spoiler-probabilmente-no-1777360407.png" alt="Ma il tuo blu è davvero il mio blu? (Spoiler: probabilmente no)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Scommetto che siete convinti di sapere esattamente che colore sia il blu. Lo vedete ogni volta che compilate un codice o che regolate i livelli in Krita, e pensate: «Ok, questo è un blu standard, non ci sono dubbi». E invece, cari miei smanettoni, la realtà è molto più caotica e decisamente meno deterministica di un buffer overflow.</p>
<p>Recentemente, spuntato tra i top di Hacker News, è un piccolo progetto chiamato «Is my blue your blue?». L&#8217;idea è semplice, quasi minimalista, ma ti scava sotto la pelle: un esperimento visivo e concettualista che mette in dubbio la nostra capacità di condividere una percezione comune del colore. Il sito ti pone davanti a dei confronti cromatitici e ti costringe a chiederti se quello che vedi tu sia identico a quello che vedo io.</p>
<p>Per chi di noi vive tra i vettori di Blender o i pixel di Gimp, questa cosa è quasi un insulto alla precisione matematica. Noi siamo abituati a pensare che se impostiamo un valore HEX o un codice RGB, il risultato sia universale. Ma la verità è che tra calibrazione del monitor, gamut dello schermo, illuminazione ambientale della stanza e, beh, la biologia stessa dei nostri occhi, il concetto di «colore oggettivo» è una mezza utopia.</p>
<p>Da maker, questa cosa mi fa riflettere molto sulla progettazione. Quando stiamo stampando un pezzo in 3D o progettando un case per un nuovo gadget, ci fidiamo delle immagini che vediamo nel software. Ma se la percezione è soggettiva, quanto possiamo fidarci di quello che vediamo su uno schermo che magari non è calibrato nemmeno minimamente? È un promemoria che il mondo fisico e quello digitale non si parlano mai con lo stesso protocollo.</p>
<p>Non è la solita fuffa da marketing che cerca di venderti un monitor da mille euro dicendo che ha «colori più reali» (perché il realismo non esiste, esiste solo una convenzione condivisa), ma è un invito a dubitare. È un po&#8217; come quando scrivi un pezzo di codice e pensi che sia elegante, per poi scoprire che chi lo legge vede solo un groviglio di logic error.</p>
<p>In conclusione: la prossima volta che litigate con un collega perché la stampa 3D è uscita troppo scura o perché il render sembra tutto sbiadito, non date la colpa al driver. Dite semplicemente che la vostra percezione del blu è intrinsecamente diversa dalla sua. È scientifico, è filosofico, ed è un ottimo modo per evitare di ammettere che avete dimenticato di calibrare il monitor.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://ismy.blue/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Is my blue your blue?</a></em></p>
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