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	<title>nerdlife &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>La comodità non è sicurezza: Quando i tuoi 1040 finiscono su Google</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 08:21:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un altro esempio lampante di come l'hype e la voglia di velocità possano scavalcare le basi della sicurezza. Fiverr ha lasciato i file dei suoi utenti, compresi dati sensibili, pubblicamente indicizzabili da Google. Preparatevi a rispolverare i manuali di sicurezza, nerd.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/La-comodita-non-e-sicurezza-Quando-i-tuoi-1040-finiscono-su-Google-1776241293.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/La-comodita-non-e-sicurezza-Quando-i-tuoi-1040-finiscono-su-Google-1776241293.png" alt="La comodità non è sicurezza: Quando i tuoi 1040 finiscono su Google" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Qual è la cosa più pericolosa di una tecnologia? Non è il bug critico che fa crashare il sistema. È la comodità che ci fa ignorare completamente le fondamenta.</p>
<p>Se lavorate con cose che dovrebbero stare chiuse—dati finanziari, PII (Personally Identifiable Information), progetti di codici sorgenti, cosa mi dite—sapete quanto è facile che la nostra cieca fiducia nei big tech diventi un problema di sicurezza reale. E qui, c’è un caso recente che fa drizzare i peli sui polsi a chi ha mai dovuto *smontare* un servizio digitale per capire dove sta il punto debole.</p>
<p>Stiamo parlando di Fiverr, la piattaforma gig economy che ci mette in contatto con i bravi mestieri digitali. Il succo è questo: per processare PDF o immagini nei messaggi tra cliente e lavoratore, usano un servizio tipo Cloudinary. Il problema, ragazzi, non è che usano Cloudinary, ma *come* lo usano.</p>
<p>Invece di implementare URL &#8216;firmati&#8217; (signed URLs) che scadono e che sono specifici per un utente e un contesto (la best practice, pensate all&#8217;analogia AWS S3!), hanno optato per URL pubblici. E non solo. I documenti sensibili – giuramenti fiscali, dati personali – sono stati serviti in modo tale da finire smistati nei risultati di Google, ricercabili con query semplicissime. Letteralmente, le tue finanze personali sono diventate contenuto web indexabile.</p>
<p>La cosa che mi fa sobbalzare, e che non è solo un bug da reportare, è il contesto aziendale. Parliamo di una piattaforma che sta comprando annunci su Google per la ricerca di &#8216;form 1234 filing&#8217; (ad esempio), nonostante abbia chiari motivi per sapere che il work product risultante non è adeguatamente protetto, rischiando così di far violare normative come GLBA/FTC Safeguards Rule. È la perfetta miscela di negligenza finanziaria e colpevole ignoranza tecnica.</p>
<p>Per noi sgranocchiatori, maker e chi vive di passare le notti a debuggare circuiti o codice, questo è un classico monito. La tentazione di ‘semplicità’ e ‘zero manutenzione’ che offrono i servizi SaaS esterni è sempre un rischio. Non è che devi scrivere ogni singolo script di autenticazione, ma devi comunque capire se quel servizio, con la sua API magica, ti sta dando *effettivamente* un lucchetto da banca, o se ti sta solo dando un bel colore sulla faccia.</p>
<p>Il mio punto è: non farti abbindolare dalla patina di «semplicità» e «efficienza». Ogni volta che vedi una grande piattaforma che gestisce dati sensibili, chiediti con la lucidità di un ingegnere e il sospetto di un hacker: «Questo è accessibile solo con URL signed, o sono dei semplici bucket S3 aperti al mondo?». Se non sai rispondere, è un problema *loro*, non tuo. </p>
<p>Ricordiamoci che la sicurezza non è una funzione, è un processo. E la velocità non deve mai essere più importante della privacy. Trovate botto nel retrocomputing? Perfetto. Usatelo per qualcosa di *veramente* utile, non per far credere a tutti che i vostri dati siano in un cassaforte fatto di *cloud* generici.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://news.ycombinator.com/item?id=47769796" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tell HN: Fiverr left customer files public and searchable</a></em></p>
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		<title>Il Grande Ritorno al Pulsante Indietro: Google ci sta togliendo la libertà del browser?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 12:49:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[backend]]></category>
		<category><![CDATA[frontend]]></category>
		<category><![CDATA[hackerethic]]></category>
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					<description><![CDATA[Google ha lanciato una nuova policy anti-spam per il cosiddetto «back button hijacking». Sembra una cosa da principianti, ma significa che il web sta diventando sempre più rigidamente controllato. E noi maker, che viviamo nel caos creativo, cosa ne facciamo?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-Grande-Ritorno-al-Pulsante-Indietro-Google-ci-sta-togliendo-la-liberta-del-browser-1776170971.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-Grande-Ritorno-al-Pulsante-Indietro-Google-ci-sta-togliendo-la-liberta-del-browser-1776170971.png" alt="Il Grande Ritorno al Pulsante Indietro: Google ci sta togliendo la libertà del browser?" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Se c&#8217;è una cosa che mi fa sudare freddo da hacker, è quando un colosso come Google decide che sa come funziona la navigazione web. Siamo abituati a smontare le cose, a vedere il codice che c&#8217;è sotto il bel resto, ma a volte sembra che ci stiano mettendo delle cinghie per i polsi digitali.</p>
<p>L&#8217;ultima notizia è arrivata da Google Search: stanno rafforzando le policy anti-spam per un fenomeno che chiamano «back button hijacking». Spoiler: è una roba che fa impazzire chiunque abbia mai provato a fare un *tinkering* sul codice di un sito. In soldoni, si tratta di siti che interferiscono con il pulsante Indietro del tuo browser, rompendo l&#8217;aspettativa fondamentale dell&#8217;utente: clicchi Indietro e torni esattamente dove eri.</p>
<p>Il concetto è semplice, ma il dibattito è pesante. Questi siti, per qualche motivo (forse vogliono venderti un NFT che non ti serve, o magari vogliono che tu guardi una pubblicità su un argomento che non ti interessa), ti deviano la rotta. Invece di tornare alla pagina A, ti buttano sulla pagina B, o ti bombardano di raccomandazioni che non hai chiesto. Google dice che questo è un comportamento manipolatorio e, perciò, un&#8217;infrazione di «malicious practices».</p>
<p>E qui arrivo io, con la mia solita dose di cinismo da nerd. Naturalmente, quando sento parlare di «user experience» e «malicious practices» con quel tono quasi evangelico, mi viene da fare un colpo di tosse. È il classico *corporate-speak* che maschera un semplice desiderio di controllo algoritmico. Non è tanto che il pulsante Indietro sia magico, è che rappresenta la *libertà di errore* del web. Il bello di un sito, soprattutto per noi che amiamo fare esperimenti, è che a volte rompe, a volte ti porta fuori strada per un secondo, e va bene così. È il caos che ci ispira.</p>
<p>Per noi maker, hacker e sviluppatori, questo significa che il confine tra «interferenza utente» e «interazione creativa» si sta assottigliando pericolosamente. Siamo costretti a scrivere codice non solo per far funzionare un&#8217;idea, ma anche per dimostrare a un algoritmo che non stiamo manipolando l&#8217;utente. È un livello di *gatekeeping* che ci fa venire voglia di rispolverare il vecchio terminale e tornare al periodo d&#8217;oro del retrocomputing, quando l&#8217;unica cosa che contava era che il codice compilasse, punto.</p>
<p>Quindi, cosa fare? Per chi di noi sta lavorando a qualcosa di sperimentale, che magari sfrutta un *redirect* o un *event listener* un po&#8217; più aggressivo per un effetto visivo o un *flow* narrativo complesso, preparatevi. Dovrete rivedere ogni singola linea di codice che tocca la navigazione utente. Non si tratta solo di pulizia tecnica, è un cambio di mentalità: il codice deve essere trasparente, prevedibile e, soprattutto, *non deve nasconderti nulla*.</p>
<p>In sintesi: il web si sta rendendo troppo ordinato. E se c&#8217;è una cosa che amo, è l&#8217;imprevedibilità. Ci vediamo nel *terminale*, dove le regole sono solo un suggerimento, non un decreto.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://developers.google.com/search/blog/2026/04/back-button-hijacking" target="_blank" rel="noopener noreferrer">A new spam policy for “back button hijacking”</a></em></p>
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