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	<title>comunità &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>Shall I Implement It? No, e altri saggi filosofici da GitHub</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 02:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[Un gist che ha fatto impazzire la community: perché a volte la risposta migliore è un semplice 'No'. Scopriamo insieme il lato oscuro delle implementazioni inutili e il sarcasmo da hacker.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Shall-I-Implement-It-No-e-altri-saggi-filosofici-da-GitHub-1773367494.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Shall-I-Implement-It-No-e-altri-saggi-filosofici-da-GitHub-1773367494.png" alt="Shall I Implement It? No, e altri saggi filosofici da GitHub" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Ti è mai capitato di guardare un pezzo di codice e pensare: &#8220;Ma chi diavolo ha avuto questa idea?&#8221;? Ecco, quel momento di pura meraviglia tecnologica è esattamente ciò che ha ispirato il gist &#8220;Shall I implement it? No&#8221; su GitHub.</p>
<p>Il gist in questione è un capolavoro di minimalismo: una domanda, una risposta. Niente di più, niente di meno. Eppure, ha scatenato un dibattito epico tra gli utenti, con commenti che vanno dal &#8220;Spoiler, il buffer non era corretto&#8221; al &#8220;Claude ha risolto l&#8217;allocazione della memoria nascondendosi dal profiler&#8221;. Insomma, roba da far impallidire anche il più navigato degli hacker.</p>
<p>Ma perché questo gist ha avuto così tanto successo? Probabilmente perché tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati davanti a un'&#8221;idea brillante&#8221; di un collega o di un superiore che, tradotta in codice, si rivelava un vero e proprio disastro. E in quei momenti, un semplice &#8220;No&#8221; diventa la risposta più saggia possibile.</p>
<p>Da smanettone, posso solo dire che questo gist è un inno alla semplicità. In un mondo dove tutti vogliono implementare l&#8217;ultima feature trendy, è bello vedere qualcuno che si ribella e dice: &#8220;Basta, non ne ho voglia&#8221;. E poi, ammettiamolo, il sarcasmo è una delle cose che rendono la community degli hacker così speciale.</p>
<p>Cosa significa tutto questo per noi che passiamo le notti a smanettare con Arduino e Raspberry Pi? Beh, forse che ogni tanto è bene fermarsi un attimo e chiedersi: &#8220;Sto davvero implementando qualcosa di utile, o lo sto facendo solo perché è figo?&#8221;. E se la risposta è la seconda, forse è il caso di ripensarci.</p>
<p>In conclusione, il gist &#8220;Shall I implement it? No&#8221; è un promemoria prezioso: non sempre la risposta giusta è &#8220;Sì&#8221;. A volte, un bel &#8220;No&#8221; può fare la differenza. E se poi qualcuno ti chiede perché non hai implementato quella feature, puoi sempre rispondere con un sorriso: &#8220;Perché no.&#8221;</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://gist.github.com/bretonium/291f4388e2de89a43b25c135b44e41f0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Shall I implement it? No</a></em></p>
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		<title>Hacker e solitudine: quando il codice non basta per curare l&#8217;anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 02:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[hacker news]]></category>
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		<category><![CDATA[solitudine-digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[Un thread su Hacker News solleva un problema che va oltre i circuiti stampati: la solitudine digitale. Ecco cosa ne pensano i maker.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Hacker-e-solitudine-quando-il-codice-non-basta-per-curare-lanima-1768530761.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Hacker-e-solitudine-quando-il-codice-non-basta-per-curare-lanima-1768530761.png" alt="Hacker e solitudine: quando il codice non basta per curare l&#039;anima" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Se pensavi che la community hacker fosse immune alla solitudine, preparati a una doccia gelida. Un thread su Hacker News ha scoperchiato il vaso di Pandora: persone di tutte le età, anche tra i nostri simili smanettoni, si sentono isolate nonostante (o forse proprio a causa) della vita online. </p>
<p>Il post originale su HN è un grido d&#8217;allarme: &#8220;Miliardi di persone senza voce siedono ogni giorno da sole, senza nessuno con cui parlare. Passano le giornate sui social quando non sono al lavoro o a scuola. Come possiamo risolvere questo?&#8221; </p>
<p>La domanda è grossa, e non ha una risposta semplice. Ma noi, che passiamo le notti a far parlare Arduino tra loro, possiamo almeno provare a ragionarci su. </p>
<p>Prima di tutto, riconosciamo il paradosso: viviamo nell&#8217;era della connettività perpetua, eppure siamo più soli che mai. Facebook, Twitter, TikTok&#8230; abbiamo più &#8220;amici&#8221; digitali che mai, ma pochi con cui dividere un caffè o un progetto. Anzi, spesso questi stessi strumenti ci fanno sentire ancora più isolati quando vediamo gli altri vivere vite perfette mentre noi siamo chiusi in cantina a saldare componenti. </p>
<p>Da smanettoni, possiamo fare qualcosa? Certo che sì, e non serve inventare il prossimo grande social network. Anzi, forse la soluzione è andare nella direzione opposta: creare comunità fisiche, laboratori aperti, spazi dove le persone possano incontrarsi intorno a progetti condivisi. </p>
<p>Il nostro vantaggio? Sappiamo come costruire cose. Possiamo creare non solo hardware, ma anche infrastrutture sociali. Ecco alcune idee: </p>
<p>1. Organizzare meetup locali con un tema specifico (es. &#8220;Arduino per principianti&#8221; o &#8220;Raspberry Pi per l&#8217;IoT&#8221;)<br />
2. Creare piattaforme open-source per trovare compagni di progetto nella propria zona<br />
3. Sviluppare tool che facilitino la collaborazione fisica (es. calendari condivisi per hackerspace)<br />
4. Promuovere il &#8220;coding together&#8221;: sessioni di programmazione in presenza, non solo su Discord </p>
<p>Ma attenzione ai soliti pericoli: non diventiamo i nuovi Facebook con il vendor lock-in! Qualsiasi soluzione dobbiamo proporre deve essere open-source, decentralizzata e rispettosa della privacy. Non vogliamo finire a ripetere gli errori del passato, vero? </p>
<p>La solitudine è un problema complesso, e non possiamo aspettarci che un nuovo gadget o un algoritmo ci salvi. Ma forse, proprio noi che amiamo smontare le cose per capirle, possiamo aiutare a ricostruire legami umani. </p>
<p>E voi, come affrontate la solitudine da hacker? Avete esperienze con comunità locali o progetti collaborativi? Scrivete nei commenti, e magari organizziamo un meetup virtuale per iniziare!</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://news.ycombinator.com/item?id=46635345" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ask HN: How can we solve the loneliness epidemic?</a></em></p>
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		<title>Ho smesso di aspettare che gli amici mi trovino: la mia rivoluzione social (e perché dovresti copiarla)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 06:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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		<category><![CDATA[connessioni umane]]></category>
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					<description><![CDATA[Stanchi di aspettare che succeda qualcosa? L'articolo di James Whatley sulla rinascita delle connessioni umane mi ha fatto riflettere. Ecco come ho iniziato a organizzare eventi mensili e perché è una figata pazzesca (e tu puoi fare lo stesso).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Ho-smesso-di-aspettare-che-gli-amici-mi-trovino-la-mia-rivoluzione-social-e-perche-dovresti-copiarla-1767335103.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Ho-smesso-di-aspettare-che-gli-amici-mi-trovino-la-mia-rivoluzione-social-e-perche-dovresti-copiarla-1767335103.png" alt="Ho smesso di aspettare che gli amici mi trovino: la mia rivoluzione social (e perché dovresti copiarla)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>WTF?! Vi è mai capitato di realizzare che la vostra vita sociale è appiattita come una piadina? Che passate più tempo a scrollare feed infiniti che a guardare negli occhi qualcuno che vi sta parlando? A me sì, eccome. E l&#8217;articolo di James Whatley su his newsletter mi ha fatto scattare qualcosa. </p>
<p>Whatley racconta di come, dopo anni di isolamento (accentuato dalla pandemia e dal lavoro da remoto), abbia deciso di riprendere in mano la sua vita sociale in modo proattivo: organizzando eventi mensili con le persone più interessanti che conosceva. Un&#8217;idea semplice, quasi banale, ma incredibilmente potente. </p>
<p>La verità è che aspettare che gli amici vengano a bussare alla tua porta è una strategia fallimentare. Ognuno è preso dalla sua vita, dagli impegni, dalla pigrizia. Se vuoi vedere qualcuno, devi *fare* qualcosa. E non parlo di inviti sporadici a cena, ma di creare un&#8217;abitudine, un rituale. </p>
<p>Io ho iniziato a farlo un paio di mesi fa, ispirato da Whatley. Ho creato una mailing list con tutti i miei contatti più stimolanti (amici, colleghi, gente incontrata a eventi) e ho iniziato a organizzare aperitivi mensili. La formula è semplice: un luogo, una data, un invito. Niente di pretenzioso, solo la voglia di passare del tempo insieme, chiacchierare, ridere. </p>
<p>Il risultato? Incredibile. Non solo ho ritrovato vecchi amici che avevo perso di vista, ma ho anche conosciuto persone nuove, con interessi simili ai miei. E, cosa ancora più importante, mi sento di nuovo connesso al mondo reale, meno solo e più vivo. </p>
<p>Cosa significa questo per noi smanettoni? Beh, penso che sia un promemoria importante del fatto che la tecnologia dovrebbe *facilitare* le connessioni umane, non sostituirle. Possiamo usare Slack, Discord, Zoom per rimanere in contatto, ma non possiamo sostituire l&#8217;esperienza di una chiacchierata davanti a un bicchiere, un abbraccio, un sorriso. </p>
<p>E poi, diciamocelo, organizzare eventi è anche un ottimo modo per testare nuove tecnologie! Possiamo usare strumenti di mailing list, piattaforme di gestione eventi, persino creare un bot che invia promemoria automatici. Insomma, un terreno di gioco perfetto per i nostri esperimenti.</p>
<p>Quindi, se vi sentite un po&#8217; persi, un po&#8217; isolati, vi consiglio di provare. Iniziate con un piccolo evento, invitate le persone che vi stanno più a cuore e vedrete che la magia accadrà. Non aspettate che gli altri facciano il primo passo, siate voi a rompere il ghiaccio. Prometto che non ve ne pentirete.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://takes.jamesomalley.co.uk/p/this-might-be-oversharing" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I rebooted my social life</a></em></p>
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